Intervista con l’artista: Paolo Porta

Paolo Porta

Paolo Porta

Una nuova intervista (e ne seguiranno altre) su questo sito. Paolo Porta è il sassofonista, nonché uno dei due fondatori dei poL0 che abbiamo recentemente avuto il piacere di ascoltare al Barone Rosso Jazz ClubTorinese, classe ’68, ottimo sassofonista e compositore. Ecco alcune domande che gli abbiamo posto, cui ha gentilmente risposto. (nb. WB = Webstaff Baronerosso, PP = Paolo Porta).

WB: Quando hai cominciato a studiare musica? Da dove nasce la scelta del sassofono?

PP: Ho iniziato con la chitarra a 9 anni, poi qualche anno dopo, intorno ai 13 anni, un giorno alla radio trasmisero il disco Saxophone Colossus di Rollins per intero. Era qualcosa di nuovo e diverso e andai a comprarmi il vinile che ascoltavo senza sosta. qualche mese dopo decisi di prendere un sax alto.

WB: Com’è l’ambiente musicale torinese?

PP: Torino è un citttà complessa. A me è sempre piaciuta per il suo contrasto tra il suo spirito aristocratico, la sua storia e l’attenzione per la cultura ( che ha finalmente riscoperto negli ultimi 10 anni ) e quella proletaria e multietnica. Queste cose si riflettono anche nella sua vita musicale. Torino è una città piccola tutto sommato ma l’ambiente è vario e vivace, per tutte le arti, e permette incontri e collaborazioni molto stimolanti. Mi piace viverci e mi piace lasciarla a periodi.

WB: Quali sono i musicisti che più hanno influenzato e continuano ad influenzare la tua musica?

PP: Da bambino ho ascoltato prevalentemente musica rock e classica e quindi l’influenza di Patty Smith o dei Talking Heads e quella di Respighi o Kodàlj si è incrociata in un blend improbabile 🙂 Più tardi ho scoperto altra musica: il post punk, CSN&Y, Devo, Coltrane, Bird, Monk, Miles,Steel Pulse, Sonny Stitt, Jackie Mclean, Lee Konitz, Sinatra, Wayne Shorter, Sly Stone, Joe Henderson, Woody Shaw, Steve Grossman, Photek, Tony Bennet, Randy Newman, Hariprasad Chaurasia…di tutto. Non credo personalmente nella world music..penso che ogni musica abbia le proprie peculiarità e sia il frutto di storia e tradizioni diverse, ma non penso che si possano tracciare delle linee di confine se si pensa al contenuto e all’urgenza che sono comuni ad ogni latitudine, ogni tempo e ogni ambito stilistico. Al momento cerco di guardarmi indietro per conoscere meglio la tradizione e nello stesso tempo ascoltare i nuovi talenti.

WB: Ci siamo conosciuti attraverso il tuo concerto dei poL0, che unisce il post-punk (basso e batteria) al jazz (sax e tromba): da dove nasce l’idea di questo connubio un po’ bizzarro e sicuramente atipico?

PP: Andrea Lombardini ed io lavoriamo insieme da diversi anni , in progetti diversi in cui si suonava parte della mia musica e della sua . Le affinità erano molte e abbiamo deciso si sintetizzarle in un progetto comune. Abbiamo sperimentato diverse formazioni e combinazioni di strumenti, per arrivare al suono che io e Andrea sentivamo l’urgenza di creare. Credo che in poL0 convivano elementi apparentemente antitetici come il suono delle band post punk, Joy Division, Wire, The Sound o le prime band new wave come Cure,Psychedelic Furs o Siouxie & the Banshees insieme con un pensiero compositivo proprio del jazz contemporaneo. Su questo impianto si innesta il suono e il linguaggio di due strumenti a fiato che invece guardano ad un altra tradizione e ad un altro approccio. Di recente abbiamo terminato un tour ( proprio al Barone Rosso) che ci ha permesso di “sentire” il polso di audiences completamente diverse e ci è parso che questo strano connubio arrivi alla testa e al cuore dell’ascoltatore: la ricercatezza del jazz senza l’enfasi dell’individualismo e del solismo tipico di questa musica, l’energia e lo spirito del rock, senza la fissità e la prevedibilità di questo linguaggio. E poi poL0 è un vero gruppo, si viaggia e si suona molto e si vive insieme come una rock’n roll band 🙂

WB: Nella tua biografia si scorgono molti nomi con i quali hai collaborato: quale ha maggiormente segnato il tuo percorso musicale?

PP: Suonare con Steve Grossman, Swallow o con Steve Coleman mi ha permesso di capire in maniera immediata ciò che la scuola e i libri non possono insegnare. Ma devo dire che ogni musicista con cui ho suonato ha contribuito in qualche modo alla mia formazione e mi ha permesso di capire qualcosa di me stesso e della musica. Suonare con i maestri, con i propri pari o con musicisti più giovani sono esperienze diverse ma ugualmente importanti per il valore, il significato e l’energia che ciascuna di queste esperienze porta con sè.

WB: Come è stato suonare al Barone Rosso?

PP: Il Barone Rosso è l’esempio del club perfetto: l’acustica, l’impianto, il palco, la cucina…tutto è ineccepibile. E’ stato ristrutturato di recente con grande gusto e le dimensioni sono perfette per accogliere un buon numero di persone senza perdere l’intimità che solo un club può dare all’artista e all’ascoltatore. Ma è un posto speciale perchè le persone che lo animano sono speciali: l’accoglienza, l’attenzione e la sensibilità delle persone che formano lo staff del BR sono rare!

WB: Progetti per il futuro?

PP: Entro la fine dell’anno verrà pubblicato il primo disco di poL0 , registrato in dicembre con, oltre ad Andrea Lombardini e me, il trombettista brasiliano G.Santana e il batterista Jonas Burgwinkel. In giugno registrerò con il mio 4tetto con Max Carletti, Alessandro Maiorino e Alessandro Minetto . È il mio gruppo più vicino al senso originario del jazz. L’enfasi è sulla canzone e sulla melodia e l’interplay. In ottobre invece sarò in tour con Dowtown, con il batterista Tommaso Cappellato, Andrea Lombardini e Alessandro Chiappetta alla chitarra: il focus è sul bebop, sulla sua evoluzione e sull’importanza di questo elemento anche nella musica contemporanea. Nell’anno prossimo registrerò con Parvat , il sestetto diretto dal trombettista Ivan Bert e dal sottoscritto, con Kamod Raj Palampuri alle tablas. La musica esplora e sperimenta in campo musicale le relazioni e le proprietà dei poligoni e dei prismi.

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